«Socrate diceva “io so di non sapere”. Il Growth Hacking è ammettere proprio questo»


raffaele gaito

 

 

 

Classe ‘84, Salernitano, cresciuto a camille e robottoni giapponesi!È un       imprenditore digitale, blogger, public speaker e autore.

Affianca aziende, startup e professionisti nella loro strategia con la               metodologia Growth Hacking per fargli capire 3 cose: prodotto e                   marketing non sono due cose separate; nel business bisogna fidarsi solo     dei dati; la cosa più importante è parlare con i propri clienti.

P.S. In segreto si allena per diventare Batman.

 

 

 

Siamo curiosi di sapere del tuo libro “Growth Hacker: Mindset e strumenti per far crescere il tuo business” , qual è il mindset del vero growth hacker?

È un mindset formato su alcuni punti ben precisi. Provo a elencare quelli a mio avviso più importanti:
1. È data-driven, ma nel vero senso della parola. Significa che non prende decisioni basate su esperienza, istinto o pancia, ma solo ed esclusivamente sui numeri. Nel business non ci si dovrebbe fidare d’altro se non dei numeri.
2. Mette il cliente al centro di ogni cosa. Sembra facile a dirsi, ma sono pochissime le aziende che hanno veramente un approccio di questo tipo, che sanno ascoltare prima di provare a vendere e che dalla fase di ascolto sanno trarre informazioni fondamentali per il loro prodotto e il loro business.
3. Non vede marketing e prodotto come due cose separate. Perché in fin dei conti non lo sono! Sono due lati di una stessa medaglia, si influenzano di continuo e dovrebbero procedere in parallelo fin dal primo giorno.
4. Affronta la crescita come un problema olistico. Ossia sa che nel processo di crescita di un’azienda deve coinvolgere ogni reparto, ogni funzione e ogni persona. È inutile concentrarsi solo ed esclusivamente sul marketing se poi il customer care risponde male al telefono.
5. È multidisciplinare. In un mercato veloce e dinamico come quello di oggi dove il digitale cambia le regole ogni sei mesi è fondamentale rimanere curiosi e aggiornati. Studiare il più possibile, sapere un po’ di tutto invece che tutto di un po’.

Tu nasci informatico: cosa ti ha fatto “innamorare” del growth hacking e quando ti sei reso conto che era questa la tua strada?

È stato un processo abbastanza naturale perché anche se facevo il programmatore da anni, in realtà facevo anche l’imprenditore, ossia i prodotti che realizzavo poi dovevo venderli. Mi resi conto abbastanza facilmente e velocemente che non bastava essere un bravo programmatore per vendere un prodotto. Potevi usare l’ultimo linguaggio, l’ultimo framework, l’ultima tecnologia, ma quando mettevi un prodotto sul mercato l’unica domanda che contava era: e ora come me li procuro i clienti?
Iniziai così a studiare il marketing dagli autori noti americani (Kotler, Ries, Godin e chi più ne ha più ne metta) fino a che non mi imbatto nel libro di Ryan Holiday “Growth Hacker Marketing” che mi colpisce come un fulmine a ciel sereno.
Era la prima volta che qualcuno mi parlava di un approccio al marketing molto tecnico, molto scientifico oserei dire. Si parlava di dati, di sperimentazione e di altre caratteristiche che sentivo molto vicine al mio background da informatico.
Da lì non sono più tornato indietro.

Se dovessi spiegare il growth hacking a una vicina di casa settantenne e non propriamente esperta di digitale, cosa le diresti?

Le direi che la crescita di un’azienda è qualcosa di complesso e non passa solo dal marketing. Il Growth Hacking è il processo per gestire la crescita di un’azienda affrontandolo a 360°, sotto ogni aspetto dove il marketing è solo uno “strumento nella cassetta degli attrezzi”.

Qual è il concetto che per te ha rappresentato una sorta di “eureka moment” e che ti è stato utile sia per il lavoro sia per il quotidiano?

Il concetto di sperimentazione continua.
Mi permetto di scomodare Socrate che diceva “io so di non sapere”. Il Growth Hacking è ammettere proprio questo.
Una volta avuto il coraggio (perché ci vuole!) di ammettere una cosa del genere il resto è in discesa: devi semplicemente mettere in dubbio qualsiasi cosa e validarlo attraverso i dati.