#Kloe Pillole: It’s so complicated


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La faccenda della complessità è cosa complessa e, fuori dall’essere un semplice gioco di parole, questa è la realtà dei fatti. Mi spiego meglio: la verità è che stiamo vivendo l’ipercomplessità, ci stiamo cioè confrontando con questioni preesistenti che si sono amplificate.

Partiamo dal presupposto che la nostra esistenza consapevole inizia quando scopriamo un’alterità che definisce anche la nostra identità. Da quel momento in poi, si fa strada la dialettica col mondo, l’accrescimento dell’esperienza, ergo dei codici di comunicazione che diventano, a loro volta, sempre più complessi proprio perché devono spiegare situazioni più stratificate.

Ma siamo davvero preparati all’ipercomplessità?

La risposta è no. Soprattutto perché ci ostiniamo ad affrontare sfide nuove con soluzioni vecchie, a separare i campi umanistici da quelli scientifici, a mantenere un modello sociale feudale e un approccio culturale inadatto.

Società asimettrica

Dovremmo capire che, quanto ci sta accadendo, rientra nella cosiddetta società asimettrica, cioè una società apparentemente aperta e inclusiva che, in realtà, garantisce opportunità di inclusione e mobilità solo in linea teorica e a livello di quadro giuridico di riferimento.

Non tutto è perduto, anzi, come diceva Einstein, il momento di crisi può diventare occasione per riplasmare i propri orizzonti e i propri paradigmi. Può diventare occasione per innovare ed innovarsi. Potresti dirmi che la faccio semplice, io. Che ci sono una miriade di variabili che entrano in gioco e che, insomma, una serie di bla bla bla.

Ti sto dando una possibile strada, che è quella suggerita da Piero nel suo interessantissimo pezzo: il futuro è di chi saprà ricomporre la frattura tra umano e tecnologico, tra naturale e artificiale, tra umanistico e scientifico. Per farla breve, innovare significherà sempre più destabilizzare, quindi non seguire le strade già battute, i pensieri già ampiamente pensati, ma corri il rischio di pensare con la tua testa e di meravigliarti del nuovo. E del possibile.

Ti lascio l’articolo completo che si intitola: “Innovare significa destabilizzare”. Perché la (iper) complessità non è un’opzione.