#Kloe Personaggi: Vittorio Zambardino «Giornalismo “too little” e  giornalismo “too late”»


Zambardino Vittorio Zambardino (Napoli 1951), è stato giornalista e dirigente d’azienda nel settore digitale.

Nel 1996-97 è stato l’ideatore e progettista di Repubblica.it, poi tra i fondatore di Kataweb, azienda digitale del gruppo Espresso.
Ha lavorato a La Repubblica per ventitre anni, ha curato rubriche e blog di cultura digitale. Autore di due saggi, collabora a Wired.it.

Cura la collana “Transiti” per la Antonio Tombolini Editore.

Il giornalismo sta cambiando, ma quali sono le resistenze che ha ancora verso la digitalizzazione del settore?

In realtà ci sono ormai due giornalismi. Quello televisivo e cartaceo da una parte, potremmo definirlo “istituzionalizzato”, e quello che è nato nell’internet, sia nei siti news quali Il Post o Fanpage solo per fare due esempi italiani, sia in iniziative più molecolari. Il primo continua sui suoi binari analogici e scopre ora il digitale per l’iniziativa (tardiva) delle proprietà, ma lo fa con la gioia e la motivazione di un vitello portato al mattatoio. E nonostante si tratti di mosse imprenditoriali che sono “too little” e  che arrivano decisamente “too late”, le si vive come una sorta di diminuzione professionale. Fantarcheologia di una professione che vuole declinare a tutti i costi.

La seconda tipologia di giornalismo vive da sempre dentro il deserto – parlo in termini di risorse economiche – della rete che però, sotto l’aspetto del fervore delle idee, delle iniziative, dei desideri è una giungla vivissima. Un po’ è sempre stato così: l’accesso al giornalismo è sempre stato un filtro stretto, con capacità di assorbimento assai minore di quanti fossero gli aspiranti e con molte idee prima dell’assunzione che, magicamente, finivano ingessate una volta che si era ottenuto il passaggio della porta sacra.

Ma in questi anni siamo di fronte a un paradosso: perché ci sono due pratiche professionali che solo apparentemente si somigliano e che vivono invece secondo due paradigmi professionali quasi in nulla sovrapponibili. A me interessa di più il paradigma professionale nuovo: la cultura, e dico la cultura generale, professionale, le sensibilità, l’apertura mentale, la capacità di tenere il polso del mondo sta tutta dalla parte di chi sta nel “deserto”.  Qui la gente impara a usare i linguaggi,  impara a sperimentare quello che funziona e quello che non funziona. Purtroppo la condizione economica del nuovo giornalismo è davvero pessima. Non ci sono risorse o, perlomeno, ce ne sono pochissime. Ma vedo qualche esempio di crowdfunding molto interessante.

Riprendendo il titolo di un tuo saggio, cosa significa, oggi, essere “Eretici digitali”?

Sul libro dal quale traete la vostra domanda ho cambiato quasi tutte le idee che vi si esponevano, nonostante quel libro ci abbia preso in pieno su tutto ciò che sarebbe accaduto. Per dire, il “fenomeno Grillo” –  ovvero il paradosso autoritario che fa di uno strumento di democrazia diretta e individuale un luogo di manipolazione di massa con l’aiuto di una visione del mondo manichea  – i media mainstream lo hanno scoperto tre quattro anni dopo. Benvenuti.

Oggi non saprei proprio dire che cosa significhi essere “eretici”. Intanto perché il mondo digitale si è popolato di figure rigide,  che già presidiano piccoli poteri, microseggiole di amministrazione, microcattedre, ne conseguono rigidissime ortodossie e solidarietà. Ma soprattutto perché l’internet è diventata “realtà piena”. Voglio dire, una volta noi parlavamo a un uditorio che ci guardava con gli occhi sgranati, senza capire di che cosa mai stessi dicendo.

In questo momento il dibattito sui Big data, la vigilanza globale, l’ uso politico della rete, il ruolo dei grandi player, pur in una nebbia di disinformazione fittissima, somno però sul tavolo della società e delle istituzioni. E’ un mondo di problemi che non possono essere riassunti in una visione globale e coerente. Beati quelli che pensano di riuscirci, come l’ottimo Morozov, lui vive di certezze. Io molto meno, mi sono dimenticato chi è il buono della storia, non mi pare che ce ne siano. Ma di una cosa sono certo: che non saranno gli intellettuali del vecchio “mondo” a dirci dove andare. Mi scusino molto tutti i preoccupati ipercritici del digitale ma penso che la descrizione del nuovo appartenga  ai “nuovi” e forse questa è la spiegazione per la quale io non riesco a farne nemmeno un abbozzo. Ma non ci riescono nemmeno i vari Chomsky o i vari Zizek. Roba vecchia. Vecchi apocalittici, vecchie nostalgie di categorie assolute che tutto spiegano.

E’ ancora un buon momento storico per diventare giornalisti oppure consiglieresti ai giovani che si affacciano alla professione, di orientarsi altrove?

Il giornalismo, per chi lo pratica, è un desiderio. Se uno ce l’ha deve inseguirlo per tutta la vita, e soddisfarlo mille volte. Fino a che il desiderio non sarà scomparso. O fino a che la vita non finisce. Certo oggi il prezzo da pagare è molto alto, in termini di fatica e di ristrettezze economiche, ho qualche caso in famiglia e non mi sentirei mai di dire: “lascia perdere”. Però si sia consapevoli del prezzo. O del talento, che almeno in minima parte dev’esserci.

Quale avviso daresti, oggi, ai naviganti che popolano la rete?

Ho già dato avvisi per molti anni. Non ce n’è più bisogno, ormai il digitale è una cultura mainstream e io sono un faro elettrico nell’epoca dei radiofari. Guardo il mare e vedo grosse tempeste in arrivo. Io sono un ottimista, ma le tempeste sono proprio grandi. Chi è giovane non si perda d’animo, non c’è tempesta che non finisca. La paura è per noi fari desueti.