#Kloe Personaggi: Rob Grassilli «Forse oggi siamo entrati nell’era dell’autentica “opera aperta”»


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Roberto Grassilli si è occupato di fumetti, illustrazioni, animazione, editoria, radiofonia. È stato un web-pioniere (fondatore di Clarence) e grafico/vignettista nella redazione di Cuore. Canta – tra l’altro- con Lino e i Mistoterital.

Partiamo da qualche esperienza passata: ci racconti del tuo lavoro per il film d’animazione di Spielberg, Fievel goes West?

Quella opportunità, arrivata nel 1990, alle porte dei miei trent’anni, è stata una piccola svolta, nonostante sia durata poco più di sei mesi. Perché in ogni caso ero improvvisamente a Londra, in qualità di neofita nel mondo del cinema d’animazione, assunto dalla Universal Pictures, per conto della Amblimation di Steven Spielberg.

Raggiungevo una amica italiana che aveva già vissuto l’esperienza di “Roger Rabbit”, sempre nella capitale britannica. La mia situazione lavorativa era parecchio confusa: deluso dall’editoria fumettara, mi ero diviso fra tentativi come illustratore, grafico e altri lavori occasionali. Grande spazio nella mia vita di allora la prendeva anche la mia band: Lino e i Mistoterital. Decisi che ci dovevo provare e tutt’ora penso che aver fatto quell’esperienza umana e lavorativa, in uno studio brulicante di circa duecento ragazzi di una ventina di paesi diversi, sia stata una delle mie migliori decisioni.

Partivo da zero: il primo livello per chi fa i “cartoni animati” è il ruolo di intercalatore, ovvero chi disegna tutte le posizioni intermedie dei movimenti, siano essi personaggi o oggetti, seguendo i disegni “chiave” dell’animatore a cui si viene assegnati. Ho passato la prima settimana, ricordo, a disegnare una ciotola che rotolava. Una gavetta fatta di matita e fogli di carta e di quel piccolo gesto che fanno gli animatori per vedere se il movimento scorre, se é corretto. Una gavetta che affrontavo con gli occhi luccicanti di chi era sempre stato un fan del grande cinema d’animazione.

La decisione di tornare venne dopo un inverno e una primavera inglesi che mi restano nel cuore. Ma dovevo scegliere se insistere in quel campo in cui, ripeto, ero un principiante a trent’anni, o riprendere i fili che avevo lasciato in Italia. Poi c’era anche un affare di cuore che aveva il suo peso che mi riconduceva verso lo Stivale e la musica.

Penso a volte a cosa sarebbe successo se avessi seguito gli amici dell’avventura “Fievel”, andando appunto, con loro, nel West… Dopo un paio di anni Spielberg aveva chiuso lo studio di Londra e richiamato i suoi colonnelli a Los Angeles. Molti di quei miei colleghi vivono da allora in California e fanno ancora “cartoni animati”. Ma se fossi partito oggi con tutta probabilità non ci sarebbero i miei figli, non avrei vissuto le bellissime esperienze di “Cuore” e di “Clarence”. Mi pare che alla fine ci sia un equilibrio fra quello che ho avuto e quello a cui ho rinunciato.

Veniamo ai giorni nostri: cosa ti ha regalato l’avventura editoriale di 40K?

40K é stato l’ennesimo campo d’azione, nato da pochissimo, in cui mi sono trovato. L’avvento dell’ebook, per il quale c’era la possibilità di sperimentare e aprire strade nuove. Mi considero fortunato ad essere stato coinvolto più volte in questo genere di situazione. La collana di libri digitali richiedeva di pensare una grafica, una comunicazione che tenesse conto di diverse esigenze, prima fra tutte la visibilità sulla rete. Assieme a Giuseppe Granieri e Matteo Brambilla é stato entusiasmante partire dalle nostre passioni ed esperienze internettiane per arrivare a un “oggetto editoriale” che non aveva più i vincoli della stampa, ma doveva pur mantenere l’autorevolezza di quell’icona del sapere che é il libro.

40K mi ha consentito di usare forme e colori, dilatando il concetto di “copertina”, stressandolo fin dove la leggibilità me lo consentiva, tenendo conto dei molti livelli di lettura che la “cliccabilità” poteva consentire. L’esperienza non é andata avanti quanto sarebbe occorso per sperimentare a fondo, ma mi ha lasciato una ennesima conferma delle infinite potenzialità della “leggerezza del digitale” e il piacere di aver lavorato con un team che funzionava alla grande.

Cosa significa occuparsi di fumetti oggi, in un mondo che non può prescindere dalla digitalizzazione?

Premetto che, purtroppo, i “fumetti” in quanto tali non fanno più parte del mio orizzonte professionale da tanto tempo. Le vignette satiriche e le strip invece, che sono le cugine piccole delle storie a fumetti, ho avuto modo di praticarle anche di recente. In ogni caso, questo modo di produrre narrativa disegnata resta legato a un modo di lavorare artigianale, che può solo relativamente comprimere i propri tempi di ideazione e realizzazione.

Differente è il discorso della distribuzione e del sostegno economico: esistono opere di autori che si sono interamente finanziati col sistema del crowdfunding così come ci sono serie che vengono prodotte e messe a disposizione solo attraverso la rete, con sistemi di accesso o “abbonamento” interamente online. Gli autori stanno imparando a usare i social per creare attorno alla loro arte un tipo di interesse caldo, di dialogo diretto fra loro e i lettori, magari proponendo anticipazioni del loro lavoro per avere un ritorno autentico e immediato.

Cosa ti manca del modo di fare fumetto del passato e cosa, invece, oggi dà una marcia in più al settore?

Se parliamo della produzione di questi prodotti dell’ingegno e della narrativa, penso che l’era digitale abbia semplicemente messo nelle mani del disegnatore e dell’autore in genere, alcuni strumenti che semplificano e razionalizzano il lavoro. Le ripetizioni, le correzioni, i cambi di rotta, le rifiniture… Tutti passaggi che il digitale ha reso molto meno drammatici. A patto di disegnare direttamente in digitale: io lavoro ormai da anni su una lavagna Wacom e se per un verso quel che fa la mia mano non si discosta di molto da quel che faceva su un foglio di carta (una funzione orizzontale), per un altro é come se tutto il database della mia sensibilità grafica sottintendesse continuamente quel che faccio (funzione… verticale?).

Intendo dire che é sempre tutto presente e a disposizione, basta che io crei un altro livello nel programma di grafica e lasci sotto il disegno abbozzato… posso farlo all’infinito e sovrapporre segni sempre più decisi e definitivi. Inoltre posso effettuare una ricerca immagini sul web e inserire nel mio lavoro quel che mi serve, in tempo reale… Posso prelevare, risucchiare stimoli da ogni parte del mondo. Posso riaprire disegni fatti anni fa e modificarli, “continuarli”…

Forse oggi siamo entrati nell’era dell’autentica “opera aperta”. Per queste e altre ragioni non sento una particolare mancanza dei modi di lavorare del “passato”, che in ogni caso non sono scomparsi e coesistono, così come sono e resteranno disponibili, in serena coesistenza, libri, ebook, cd, vinili… e albi di fumetti in edicola.