#Kloe Personaggi: Pino Scaccia «Bisogna dunque ritrovare una lingua comune e tornare a capirsi, pur con idee diverse»


10615611_10153985512525238_8401708074537359374_n E’ uno degli inviati storici della Rai, già capo redattore dei servizi speciali del Tg1. Ha seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi trent’anni. Dalla prima guerra del Golfo fino alla rivolta in Libia, dall’Afghanistan all’Iraq. Ha scoperto i resti di Che Guevara in Bolivia, è stato il primo giornalista occidentale a entrare nella centrale di Chernobyl dopo il disastro e a svelare il mistero dell’Area 51. Ha pubblicato nove libri, l’ultimo (“Giornalismo, ritorno al futuro”) dedicato alle nuove vie della comunicazione.

Hai seguito -in prima persona, da inviato del TG1- gli avvenimenti più importanti degli ultimi trent’anni e, alla luce di questo, da cosa pensi dobbiamo difenderci come società e cosa, invece, può salvarci e darci uno sguardo luminoso sul futuro?

Credo che per andare avanti, dovremmo tutti …fare un passo indietro. Probabilmente abbiamo esagerato. E’ in atto ora uno scontro di civiltà, più che una guerra di religione. L’altro mondo cerca la sopravvivenza ma soprattutto non accetta più i nostri privilegi. L’unica maniera per salvarsi è la ricerca della convivenza. Passeremo sicuramente un periodo difficile, ma il giorno che avremo imparato a convivere avremo trovato la soluzione.

Parliamo di uno dei tuoi ultimi libri “Giornalismo, ritorno al futuro”: com’è diventata la figura del giornalista e quella dell’utente in un mondo dove chiunque può accedere alle informazioni, può produrle, accrescendo così sapere oppure diffondendo bufale di ogni genere?

Non c’è dubbio che la figura del giornalista non è più centrale. Ma attenzione a non confondere il tanto decantato articolo21 con l’informazione. Tutti, giustamente, hanno il diritto di esprimere la propria opinione, ma comunicare è un’altra cosa e non si può inventare. Lo stesso McLuhan, negli anni 60, ammoniva sul rischio di “affittare il cervello”. Ormai siamo in pieno villaggio globale, ma non è detto che siamo più ricchi o più liberi. Lo strumento è fantastico, ma c’è sempre qualcuno sopra di noi. La moltiplicazione delle notizie, spesso senza verifiche, offre un’apparente ricchezza, ma crea anche confusione, soprattutto per l’alto numero di bufale. Spesso non è facile distinguere il vero dal falso. E rischiamo di essere strumentalizzati.

Curiosando tra i post del tuo blog “La Torre di Babele”, ho letto un titolo: “La forza della cultura” e ho pensato, quanto, oggi, è davvero forte lo strumento culturale, com’è cambiato e come può aiutarci a combattere i fantasmi della post-modernità?

La cultura ha sempre salvato il mondo. Nessuno può o vuole fermare il progresso, ma per difendersi bisogna essere “attrezzati”. Solo la cultura può permetterci di districarci. Non possiamo essere schiavi degli algoritmi, dobbiamo avere  gli strumenti per individuare quello che realmente conta. Recuperando innanzitutto umanità.

Cos’è per te la “Torre di Babele” in questo momento storico, fatto di iper-informazione, di digital divide (purtroppo ancora esistente), di terrorismo e di tanti altri fenomeni complessi?

La Torre di Babele non è mai stata reale come in questo momento. Tante parole, ma così tante che diventano un miscuglio incomprensibile. Siamo convinti di parlarci più di prima, tutti parliamo, ma non ci capiamo più. Bisogna dunque ritrovare una lingua comune e tornare a capirsi, pur con idee diverse. Intanto, guardandoci in faccia e non dietro uno schermo.