#Kloe Personaggi: Marco Drago «La storia adesso è sopravvalutata: anche nelle aziende si parla di Storytelling»


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Marco Drago scrive libri e copioni radiofonici dal 1998. In gioventù è stato fondatore della rivista letteraria Maltese Narrazioni. Collabora con Vanity Fair e Il Giornale.

Come ti “prepari” alla scrittura? Rientri tra quelli che Zadie Smith definisce “Macro Planner” che non iniziano prima di avere tutto il libro in testa, devono immaginarsi tutti i dettagli o tra i “Micro Manager” che scrivono la prima frase e non sanno quale sia la seconda? Qual è il tuo metodo?

Mi è successo di fare entrambe le cose: preparare tutto e improvvisare. Sono più il tipo che comincia e non sa come continuare, ma a volte è necessario pianificare la trama e dunque lo faccio. Il discorso è che se ho già una scaletta pronta tendo a rispettarla in maniera troppo scrupolosa e a ricacciare indietro idee magari buone che mi vengono nel frattempo. Un altro difetto della pianificazione eccessiva è la rapidità a cui arrivo al passo successivo, è come se non vedessi l’ora di passare dal punto A al punto B e dunque viene a mancare un po’ di sana sgangheratezza e forse viene anche a mancare un senso del tempo che invece si acquista soltanto tergiversando sul da farsi. In questo preciso momento ho due romanzi mezzi scritti. Uno ha una scaletta ed è lì fermo, in attesa di giorni migliori. L’altro è invece del tutto affidato al caso ed è quello a cui sto dedicandomi di più.

Gli incipit dei tuoi libri somigliano più alla quinta di Beethoven o all’incompiuta di Shubert?

Anche qui non saprei dare una risposta apodittica. Dappertutto ti insegnano a stupire subito fin dalla prima frase, ma a me sembra una roba a buon mercato e dunque non me ne frega niente di inchiodare il lettore con un trucchetto che lo stesso lettore conosce meglio di me. Diciamo che da lettore io amo i romanzi che stentano a ingranare, quelli che non finiscono mai di creare il momento giusto per cominciare a raccontare davvero e che poi sono finiti. Quindi forse inconsciamente tendo anche a fare così quando sono io a scrivere. Ripeto però che, essendoci infiniti modi di cominciare un romanzo, è bene provarli tutti prima o poi.

“Non dirmi che la luna splende, mostrami il riflesso della sua luce sul vetro infranto” diceva Čechov. La regola Show don’t tell è ancora attuale?

Non lo so. Io non avverto differenza. Se uno scrittore mi fa un riassuntivo o se mi fa capire le cose in altro modo per me è uguale, non credo che un modo sia meglio dell’altro. Sono tutte regole che non so da dove derivino, forse dai primi teorici del romanzo e del racconto, che dovevano per forza inventarsi un codice. Credo però che ormai ognuno abbia il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare.

In una delle sue ultime interviste Umberto Eco ha ribadito che il modo più naturale con il quale trasmettiamo il sapere è narrativo. Ci sono categorie di scrittura in cui invece bisognerebbe evitare di raccontare una storia o vale sempre, con le dovute specificità?

La storia adesso è sopravvalutata: anche nelle aziende si parla di Storytelling. Chiunque è invitato a usare la forma narrativa anche per raccontare i fatti propri e non capisco come mai succedano queste ondate di popolarità di parole e modi che sono sempre esistiti senza che nessuno ce lo dicesse. Credo che a volte il modo narrativo sia di aiuto per far digerire concetti pesanti. Penso a certi saggi letterari che a volte si leggono solo perché l’autore riesce a interessare il lettore grazie agli agganci con la sua quotidianità. Poi è logico che quando la cosa degenera e qualsiasi articolo di giornale contiene una parte di narrazione privata dell’autore è il momento di dire basta.

Se dico: “è una storia d’amore (credo), la cosa più singolare che si possa verificare, sul finire del secolo, sul finire di questo giorno maledetto”. Cosa ti viene in mente?

Mi viene in mente il mio scrittore preferito, Martin Amis. Uno che non ha paura di annoiare il lettore, di rischiare di perderlo per sempre. Uno che invece vince sempre quando il libro l’hai finito. Nel dettaglio, questa frase ha senso se la si inquadra nel romanzo “London Fields”, scritto negli anni ’80 e ambientato nel 1999. Un romanzo quasi di fantascienza apocalittico- entropica in cui le trame si stratificano una sull’altra, i personaggi sono presentati in modo così obliquo da creare disorientamento in chi legge. E in un romanzo così, è vero, una storia d’amore (credo) è davvero la cosa più singolare.