#Kloe Personaggi: Giovanni Boccia Artieri «Viviamo sempre di più un’esperienza naturale fatta della contemporaneità tra online e offline»


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Coordinatore dottorato in sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo
Presidente Corso di Laurea in Informazione Media Pubblicità  www.uniurb.it/sdc

Nel mondo che stiamo vivendo il sistema media sta conoscendo il cambiamento che tu definisci “farsi media”. Potresti raccontarci quest’avventura?

La diffusione e pervasività di strumenti di comunicazione che consentono di produrre e diffondere contenuti a basso costo è una realtà ormai consolidata. Così come il fatto che abbiamo interiorizzato codici e linguaggi dei media di massa da rigiocare in ambienti sociali connessi. Gli YouTubers sono solo la punta dell’iceberg di una capacità di appropriazione di mezzi e linguaggi da parte di chi si percepiva in passato come audience, come soggetto passivo, della comunicazione di massa.

È così sotto ai nostri occhi da essere banale: non percepiamo più una netta distinzione fra l’essere pubblico e l’avere pubblico. La nostra presenza quotidiana nei social media ci ha abituato ad abitare contemporaneamente i due ruoli: consumatori e produttori di User Generated Content.
Il portato di questa consapevolezza ha natura ideologica: parliamo di empowerment, di “we the media”, di disintermediazione, ecc. In realtà questa nostra propensione al “farsi media”, cioè a diventare dei media, comincia ad essere funzionale al mercato che trova canali di sfruttamento a proprio vantaggio sempre più raffinati e di cui, spesso, siamo inconsapevoli.

Indubbiamente Internet ha cambiato le nostre vite a più livelli, ma sappiamo che le rivoluzioni le fanno le persone non i singoli strumenti. Come, dunque, le persone potranno, nel corso del tempo, rivoluzionare la loro condizione attraverso queste tecnologie abilitanti?

Quello che stiamo imparando è a pensarci (e pensare) in termine di connessione operativa ed in tempo reale con gli altri, con l’informazione e con le cose. Il nostro rapporto con il mondo passa sempre di più anche attraverso l’immediatezza della mediazione: dalla reperibilità di contenuti attraverso lo smartphone alla prenotazione di servizi con le App, alle relazioni da mantenere in modo sincopato con sistemi di messaggistica istantanea sino alla prospettiva molto concreta dell’Internet of Things.

In una manciata di decenni abbiamo acquisito questo super potere che ci rende accessibili informazioni nell’istantaneità degli schermi, semplicemente toccandoli oppure parlando (penso all’evoluzione dei digital assitant come Siri di qui a non molto); che ci consente di muovere in remoto oggetti attraverso strumenti di controllo anche indossabili; che ci consente di vedere oltre le cose che guardiamo grazie a tecnologie di realtà aumentata (con buona pace, per ora, dei Google Glasses).

Il cambiamento culturale è amplio e diffuso ma risponde, di fatto, a bisogni consolidati e a forme radicate antropologicamente. Il principale ostacolo al momento dipende dal divario, sia tecnologico che culturale, che attraversa fasce di popolazione e popolazioni tra loro. Su questo si inseriscono ed inseriranno volontà sia di Stato che di Mercato: il blocco del progetto Free Basic di Facebook per portare Internet gratuitamente in India racconta bene la complessità in cui ci muoviamo (progetto già partito in 37 paesi del Sud America, dell’Africa, dell’estremo oriente). Il tema della neutralità della rete resta centrale. Così come è centrale la consapevolezza del costo del “rivoluzionare la nostra condizione attraverso le tecnologie abilitanti”: lo scatto di maturità lo potremo fare quando acquisiremo una capacità critica dell’abitare connessi.

Oggi non ha più senso distinguere la nostra vita online da quella offline, tanto sono integrate. Questo che impatto ha su di noi e sulla società in generale?

Viviamo sempre di più un’esperienza naturale fatta della contemporaneità tra online e offline. Anche a questa condizione ci stiamo abituando, tra resistenze e difficoltà. Cosa significa per un adolescente avere uno spazio come quello della scuola che chiede di abbandonare la realtà connessa? È una scelta pedagogica che stiamo facendo consapevolmente o semplicemente non sappiamo immaginare di gestire la relazione online/offline nei processi educativi? E come gestiamo la nostra vita lavorativa con intrusioni continue attraverso la modalità online di dimensione familiare, amicale, di informazione o intrattenimento?

Un primo tema è quindi imparare a gestire forme di collaborazione e di contrasto tra spazi online e offline e di sviluppare regole sociali condivise (a scuola, in famiglia, al lavoro). Un secondo tema ha a che fare con la costruzione di una nostra immagine pubblica e con la consapevolezza di poter agire sulla pubblica opinione. Il rapporto costitutivo fra online e offline ci porta ad avere spazi di visibilità diversi su cui abbiamo controllo diverso. Ci stiamo abituando a gestire modalità comunicative e di esposizione diversa, ad interagire in spazi pubblici o semi pubblici con contenuti scritti o visivi ma secondo logiche del parlato.

Ci accorgiamo delle difficoltà di fronte a Tweet sgrammaticati del politico di turno o a risposte acide nei commenti su Facebook a brand e istituzioni; quando vediamo interagire nelle chat di Whatsapp attraverso messaggi sopra le righe o pubblicare su Instagram foto di una tale privatezza da risultare imbarazzanti. Allo stesso modo ci lamentiamo dei figli, dei nostri partner o degli amici che non si staccano dal cellulare quando cenano con noi o sono in vacanza. O anche di quelli che, in maniera diametralmente opposta, non guardano mai i messaggi che gli mandiamo. Abituarci a gestire la relazione online/offline ha quindi a che fare con regole spaziali e temporali della nostra convivenza connessa e, in definitiva, con la nostra capacità cognitiva di alfabetizzati in un mondo analogico in presenza.