#Kloe Personaggi: Federico Badaloni: «La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti» 2


11173333_10152934208473335_2382934890473781668_n Federico Badaloni è un giornalista ed è responsabile dell’area di Architettura dell’Informazione della Divisione Digitale del Gruppo Editoriale l’Espresso.
Insegna in diversi master universitari e corsi di giornalismo, condivide riflessioni e spunti sulla progettazione di siti e servizi online sul suo blog www.snodi.it.

Siamo curiosi di sapere del tuo nuovo libro “Architettura della comunicazione” (qui in ebook): come si strutturano, nella nostra società, le architetture dell’informazione e della comunicazione?

Le architetture devono costruire ambienti da abitare. Gli ambienti costruiti dall’architettura dell’informazione sono ambienti dove le persone ricevono, producono e scambiano informazioni. Non sono soltanto fisici, come un giornale, o soltanto digitali, come un sito: sono sempre più commisti, come i cartelli delle fermate degli autobus che restituiscono informazioni in tempo reale, ad esempio, o come le nostre automobili. Le informazioni pervadono la realtà grazie alla rete così come esse, sotto forma di impulsi elettrici, pervadono il nostro corpo grazie al sistema nervoso.

La realtà, per come la percepiamo, è fatta di informazione e l’architettura dell’informazione definisce ambienti informativi proprio a partire dalla progettazione dell’esperienza che le persone ne faranno. L’app con gli orari dei treni che scarichiamo sullo smartphone è un ambiente informativo, il sito di una testata giornalistica, anche. Una stazione ferroviaria o un ospedale, pensati come insiemi di segni, cartelli, monitor, sistemi di acquisto e prenotazione, lo sono.

Nel libro, racconto i “trucchi del mestiere” e il metodo di lavoro che ho messo da parte in più di quindici anni di attività come architetto dell’informazione del Gruppo Espresso. Chi si aspetta stringhe di codice o argomentazioni tecnologiche rimarrà deluso: l’architettura dell’informazione riguarda l’uomo, la tecnologia viene dopo. Il libro è per tutti e alla portata di tutti.

Ci hai raccontato più volte dell’importanza degli algoritmi, sottolineando, però, che sono gli individui più che altro capaci di individuare i bisogni dei loro simili. In che modo questo sta avvenendo intorno a noi?

Nelle nostre società le persone hanno sempre saputo individuare, produrre e filtrare le informazioni secondo criteri di rilevanza non soltanto individuale, ma collettiva. Attorno a noi ci sono centinaia di esempi: le testate giornalistiche, le istituzioni politiche, le associazioni culturali, sono costituite (o dovrebbero esserlo) da individui che lavorano di continuo su una bilancia ideale, dove su un piatto c’è il soddisfacimento dei bisogni individuali e sull’altro piatto quello dei bisogni collettivi.

Gli algoritmi sono oggi capaci di riempire il primo piatto della bilancia, quello dei bisogni individuali, con grande precisione. Gli algoritmi di Facebook, ad esempio, conoscono i gusti e i bisogni di ognuno di noi. Ma per riempire il secondo piatto, quello dove si pesa ciò che viene considerato un bene comune, ciò che preserva e fa progredire la società, ci vogliono gli esseri umani.

Oggi è ancora possibile usare la rete per lavorare su entrambi i piatti della bilancia. Ma fino a quando? I social network, in particolare Facebook, diventano sempre più rilevanti all’interno della rete, imponendo di fatto una logica di distribuzione dei contenuti basata sull’interesse individuale. Spero che il mio libro aiuti a comprendere quanto sia urgente prendere coscienza di questo fenomeno e difendere una rete aperta e interoperabile, anche semplicemente usandola nel modo corretto.

Architettura della comunicazione e industria culturale: cosa dobbiamo aspettarci da questo intreccio?

Domanda difficilissima. Da una parte l’industria culturale, che ha sempre pensato se stessa come mera produttrice di contenuti, è sedotta facilmente dalle sirene che le propongono di continuare a considerarsi tali anche in questo nuovo ecosistema dell’informazione. È esattamente su questa linea, ad esempio, che si dispone la strategia degli instant articles proposti da Facebook agli editori.
Dall’altra parte è anche vero che se questa proposta porterà un ritorno economico importante, questo potrò garantire la sopravvivenza a moltissime industrie.

Il rischio è che l’industria culturale non colga l’immensa opportunità di essere anche produttrice di relazioni, in questo nuovo scenario. Le relazioni fra i contenuti e le persone che ne fruiscono, le relazioni fra comunità e comunità, le relazioni fra le comunità e le istituzioni e anche fra istituzioni stesse, le relazioni fra il proprio brand e le persone.

Tutte queste relazioni, che nel vecchio mondo erano puramente immateriali, oggi -grazie alla rete- possono acquisire una sostanza molto importante ai fini del business, sotto forma di dati. Affinché questo accada, le industrie culturali devono ripensare se stesse come piattaforme, oltre che come produttrici di contenuti. Netflix è emersa grazie a questo cambio di paradigma, ad esempio, così come, in modo diverso, YouTube.

In questo scenario fatto di tecnologie che corrono velocemente, cultura che non riesce a star dietro e bisogno di sempre nuove soluzioni, che ruolo ha il giornalismo?

Per rispondere mi soffermerei sulla premessa di questa domanda: la cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti. La tecnologia, e la direzione in cui evolve, è espressione della cultura. Se per cultura intendiamo il modo in cui si stanno ridefinendo i rapporti fra le persone, i rapporti fra le persone e le istituzioni, fra le persone e l’ambiente e a come si stanno ridefinendo concetti importanti come il diritto alla trasparenza, all’istruzione, alla partecipazione, il processo di condivisione delle risorse, il modo di collaborare, solo per citarne alcuni, allora è evidente che questa nuova cultura c’è già, e usa la tecnologia con estrema fluidità.
Sono i modelli di business che non riescono a star dietro a tutto questo.

Qui sta anche la risposta alla domanda sul ruolo del giornalismo: il giornalismo è vivo e vegeto, ma è morto il modello di business che lo sorreggeva. Il modello che era basato sul rivendere porzioni di spazio, nel caso di un giornale, o di tempo, nel caso di un telegiornale o di un giornale radio, dopo averle rese più preziose dal contenuto veicolato all’interno. Oggi lo spazio e il tempo, grazie alla rete, sono risorse pressoché illimitate e gratuite. Per questo o si cambia il modello di business o si muore.

Nel libro provo a mostrare che un modello alternativo va cercato nella monetizzazione delle relazioni, come dicevo rispondendo alla domanda precedente. Nessuno ha ancora trovato certezze, in questo momento, e tutti possono solo sperimentare finché hanno la possibilità di farlo. Ma è chiaro che la difesa a oltranza del vecchio modello di business condurrà ad una morte certa per irrilevanza. La peggiore delle morti per un giornale.


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