#Kloe Personaggi. Domitilla Ferrari: «Più che incapaci di decifrare le emozioni non sappiamo parlarne»


Domitilla Ferrari Domitilla Ferrari ha scritto “Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia)” e “Se scrivi, fatti leggere. L’importanza della riconoscibilità in Rete”, Sperling & Kupfer.
Ha un MBA in Bocconi e un progetto non-profit a favore dell’UNHCR legato all’uso della sua presenza online.

In una intervista a Panorama del 2012 dicevi a proposito dei Blog: si può guadagnare (o perdere) reputazione, soldi non abbastanza. È ancora così?

A gennaio 2015 Andrew Sullivan, autore di The Dish, dopo 15 anni ha deciso di abbandonare il blog raccontando la sua decisione in un post. Curare un blog in modo costante è una fatica.

Per me una fatica che – anche se discontinua – paga: in riconoscibilità. Che poi la riconoscibilità si possa trasformare in contatti e contratti sta alle capacità di ognuno.

Una ricerca di Imageware e IPREX dell’anno prima aveva ha raccolto le risposte di 1200 blogger europei (di cui 150 italiani) alla domanda «Quali sono gli obiettivi che ti poni attraverso il tuo blog?».

La maggior parte concorda nell’affermare che scrive per piacere e per raccontare le proprie esperienze, senza nascondere però di vedere o sperare in sviluppi professionali, cosa che sembra realizzarsi, nel momento in cui quasi la metà (46%) dei blogger dichiara di guadagnare attraverso il proprio blog.
Ovviamente “attraverso il blog” non significa “con” il blog.

Zuckerman (Rewire: Cosmopoliti digitali nell’era della globalità) afferma che la tecnologia finisce per sconnetterci e distaccarci dal resto del mondo e per contrastare questa tendenza all’autosegregazione propone, tra le altre cose, le cosiddette “figure-ponte”, blogger in grado di tradurre e contestualizzare idee da una cultura a un’altra. Possiamo annoverarti tra queste?

Uno dei pezzi del mio lavoro che mi piace di più è creare connessioni tra temi e competenze. Un’attività di divulgazione che – in verità – ho fatto sempre poco sul blog, lasciando ad altri la tempestività delle spiegazioni cambiamento dopo cambiamento, ma che faccio sempre volentieri davanti un caffè.

Condividi le preoccupazioni (rischio di autopropaganda algoritmica, di manipolazione ideologica…) di quanti ritengono che debba essere lo Stato e non il privato a farsi carico dell’investimento iniziale per l’accessibilità alle risorse e all’alfabetizzazione digitale?

Parliamo sempre tutti di sovrabbondanza di contenuti come se fosse un problema e forse lo è visto i dati dell’OCSE sull’analfabetismo funzionale: incapaci di creare un filtro vorremmo fossero altri a farlo per noi.
Quando ho iniziato a ragionare sulle infinite – davvero – opportunità che l’accesso illimitato a sempre nuove fonti d’informazione mi aveva offerto avevo definito un mio personale obiettivo: risparmiare tempo. E ho selezionato molto attentamente le mie fonti perché spesso clicchiamo su un link solo perché a condividerlo è stato qualcuno che conosciamo, di cui ci fidiamo. Andrebbe insegnato insieme all’educazione civica, a scuola. Perché no?

Tra le ultime novità di Facebook c’è stata l’introduzione delle Reaction. Esiste la possibilità che si vada sempre più verso quell’analfabetismo emotivo paventato dai linguisti, ovvero che non troviamo e non usiamo parole né per le emozioni né per sensazioni che non siano visive?

Nulla di nuovo. Le Reaction, ma anche le GIF. E le immagini ovunque. Le fotografie attirano più di qualunque altra cosa la nostra attenzione sui social. Navighiamo per immagini perché sempre più spesso la navigazione è un riempitivo ozioso. Uno zapping distratto. Come quando sfogliavamo le riviste di moda nella sala d’aspetto del dentista.
Più che incapaci di decifrare le emozioni non sappiamo parlarne. L’emoji che ride con le lacrime è stata proclamata parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, per la frequenza altissima con cui viene usata. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.