#Kloe Personaggi: Anna Masera «Con il digitale siamo tutti precari in cerca di soluzioni che funzionano»


Anna_Masera_2 Anna Masera, giornalista, si occupa di Internet da quando si scriveva di Internet sulla carta.
Dopo un lungo percorso a La Stampa, dal gennaio 2014 lascia temporaneamente il suo lavoro al giornale ed entra in carica come Capo dell’Ufficio Stampa e Responsabile della Comunicazione della Camera dei Deputati.
Nel 2016 torna a La Stampa con il ruolo di public editor. È nel Board of Trustees del Centro Nexa su Internet e Società al Politecnico di Torino

Sei una professionista che, da anni, raccoglie le sfide di questo settore.
Raccontaci: da “giornalista digital inside” come hai vissuto sulla tua pelle il passaggio del mondo del giornalismo analogico a quello digitale?

E’ stata un’occasione per mantenermi giovane! Scherzo, ma non troppo: ho scritto il primo articolo su Internet a Panorama nel 1994, quando l’allora direttore Andrea Monti mi chiese di fare un’inchiesta che poi diventò la storia di copertina “Io, navigatrice nel cyberspazio”.

Ho avuto l’opportunità di farlo per via della mia formazione americana, prima a Yale e poi alla Columbia University: il direttore era a conoscenza della mia padronanza dell’inglese e mi chiese di approfondire un reportage uscito sull’edizione domenicale del New York Times navigando nelle chat-room per cuori solitari. E come spesso capita, è così che ho cominciato a diventare una reporter online. Con il collega Luca De Biase nel 1996 abbiamo fondato appunto una piccola start-up, Reporters Online, dove con un gruppo di giornalisti abbiamo sperimentato le prime forme di blogging e abbiamo imparato a utilizzare il linguaggio html.

Intanto sul sito Web di Panorama e su “Panorama Web”, il periodico patinato di Panorama, curavo una rubrica in cui recensivo e catalogavo i siti Web più interessanti, che segnalavo come “Il Meglio del Web”.

Alla fine del 1999 sono stata assunta a La Stampa come capo servizio per fondare la redazione Internet e da allora non ho smesso di tentare di restare sulla cresta dell’onda del giornalismo digitale, traghettando La Stampa dal web 1.0 al web 2.0. Poi per due anni in aspettativa da La Stampa ho accettato la responsabilità di digitalizzare la comunicazione della Camera dei deputati, dove abbiamo aperto i canali social e dato il via alla revisione grafica del sito Web di Montecitorio per offrire ai cittadini una maggiore trasparenza e possibilità di partecipazione.

Quindi il passaggio dal giornalismo analogico a quello digitale l’ho vissuto tutto. Il vantaggio è che mi ha costretto a tenermi aggiornata, a informarmi sulla frontiera dell’innovazione (che è tra le più interessanti al mondo) e a non smettere mai di imparare. Lo svantaggio forse è di avere la consapevolezza di quanto nulla sia sicuro, in questo lavoro. Sbagliando si impara: non bisogna aver paura di sbagliare, l’importante è non stare mai fermi.

Da quando è arrivata la rivoluzione digitale siamo tutti precari in cerca di soluzioni che funzionano cioè che piacciono al nostro “cliente”, che è il pubblico-lettore-ascoltatore-spettatore-commentatore-utente. E per trovare queste soluzioni spesso non bastano le competenze giornalistiche: bisogna attrezzarsi anche con competenze informatiche, giuridiche, economiche, di design, di marketing e di management. Ma è meglio così: preferisco sapere di non sapere, che non sapere di non sapere.

Da poco sei Public Editor de La Stampa. Cosa comporta questa figura per il giornalismo di oggi?

Secondo me è un’opportunità per riavvicinarci al pubblico e riconquistarlo, perché la concorrenza non è mai stata tanta e la gente con tutta questa scelta su dove come e con chi informarsi è molto più selettiva e non si fida. Un giornalista non ha scopo senza un pubblico che lo segue.

E per essere seguiti bisogna farsi una buona reputazione. Bisogna saper essere umili e avere spirito di servizio e passione per la qualità dell’informazione che trasmettiamo. Bisogna avere cura di verificare le fonti, controllare ogni parola, saper chiedere scusa e ringraziare per le segnalazioni degli errori e correggerli rapidamente.

Guai al giornalista che dice “chissenefrega del lettore, ho ragione io”. Ecco, il Public Editor di un giornale cura il rapporto con il pubblico, e quindi ha un ruolo molto delicato, di tramite tra il pubblico e il giornale e i giornalisti che lo compongono. Direi che è un ruolo strategico, se si vogliono ancora vendere giornali.

Hai collaborato anche con il Guardian; ti manca qualcosa del giornalismo anglosassone? Potresti dirci quali sono i punti di forza e di debolezza dell’informazione anglosassone e di quella italiana?

Non mitizzerei il giornalismo anglosassone, anche se io ne subisco da sempre il fascino se non altro per la mia “educazione sentimentale” alla scuola di giornalismo della Columbia University, a New York. Ma era il 1984, a quei tempi i personal computer non erano ancora diffusi, non c’erano telefonini né email.

Certo che giornali come The Guardian hanno mantenuto standard più alti nonostante la crisi, cioè per esempio hanno redattori che “passano” i pezzi, li controllano riga per riga e se necessario li riscrivono per migliorarli. Sembra un’ovvietà, ma in Italia questo mestiere si è un po’ perso. Colpa dei tagli, le redazioni si sono impoverite, ma anche del disincanto. Serve uno scatto di orgoglio per la professione. Che in Italia ha esempi eccellenti: a Panorama nell’era pre-Internet mi hanno insegnato il giornalismo dei “fatti separati dalle opinioni” che era molto “anglosassone”.

Ma i tempi sono cambiati: adesso i giornalisti anglosassoni teorizzano l’attivismo civico, rivendicano il diritto di avere opinioni e di poterle esprimere sottoscrivendo petizioni online o partecipando a campagne sui social networks… E’ una rivoluzione culturale che ci travolge tutti, dobbiamo metterci in gioco, ridiscutere e condividere le regole. L’importante è farlo con la massima trasparenza.

Immagina di dover premiare, per un concorso altrettanto immaginario, il giornalista del futuro. Chi premieresti? Quali caratteristiche dovrebbe avere il/la prescelto/a?

Integrità, flessibilità, immaginazione, multi-disciplinarietà prima della capacità comunicativa!