#Kloe Personaggi: Alessandro Zaccuri. Film, telefilm e libri: «La letteratura minaccia di meno. Ma solo perché la conosciamo meno»


 

Zaccuri copiaAlessandro Zaccuri (La Spezia, 1963) vive e lavora a Milano. Giornalista del quotidiano “Avvenire”,è narratore e saggista. Il suo romanzo (Il signor figlio, 2007) è stato finalista al premio Campiello.
www.alessandrozaccuri.it

Alessandro, nel tuo saggio  “Citazioni pericolose” pubblicato da Fazi nel 2000, hai parlato di come film, telefilm ma anche libri stavano trasformando la percezione della letteratura, presentandola come una disciplina “altra”, forse esoterica ed eventualmente minacciosa. È ancora così?

Me lo chiedo spesso anch’io, specie quando al cinema o in tv appare un libro che sembra cambiare la vita del protagonista. O della protagonista, più di frequente. Nel complesso, mi sembra che la letteratura abbia perduto molto della sua immagine minacciosa o comunque impegnativa. Stiamo andando verso un’idea più consolatoria, non conflittuale, che dalla letteratura si estende a ogni altra esperienza artistica. È una tendenza complessiva, per cui dalla cultura si sta passando ai consumi culturali, senza mai cercare di uscire dalla retorica per cui (faccio un esempio) la lettura rappresenterebbe l’apice di ogni attività umana. Siamo proprio sicuri? Siamo certi che un libro sia sempre, a prescindere, il meglio che ci può capitare? E il dibattito su MeinKampf come lo mettiamo, allora?

Il racconto popolare degli anni Novanta era ancora improntato a una visione problematica, molto novecentesca, del nostro rapporto con il testo. Superata la soglia degli anni Zero, prevale una visione funzionalista, per cui la letteratura viene prima monumentalizzata e museificata, e poi fruita a spizzichi e bocconi. I risultati più interessanti li ottengono quei narratori popolari che non hanno bisogno di nascondersi dietro l’alibi nobilitante dei Grandi Libri e mettono in atto, nel loro ambito specifico, le stesse strategie che in un altro periodo sono state tipiche della letteratura più consapevole. I film Pixar, nello specifico, sono costruzioni letterarie di prima grandezza, del tutto prive del ricorso strumentale a una tradizione che, in altri contesti, è ridotta a mero feticcio. La letteratura minaccia di meno, insomma. Ma solo perché la conosciamo meno.

Restando per un attimo in tema di film, si è detto riguardo The HatefulEight che la pellicola è letteralmente piena di momenti equivoci dove un personaggio deve confrontarsi con l’ambiguità di un mondo ridotto a linguaggio. Ma non viviamo tutti in questa ambiguità? Chi scrive non è, di fatto, un comunicatore di non-verità?

Dibattito secolare, questo della letteratura come menzogna. Nasce in ambito rinascimentale (è la vera frattura rispetto al Medioevo, nel quale vero e buono e bello convergevano in unità), esplode nel Barocco, torna ad affermarsi nel Novecento di Pessoa e Manganelli, giusto per far un paio di nomi. In realtà, anche quando non è vera dal punto di vista fattuale, la letteratura esprime sempre una verità sull’uomo. In questo è non dico superiore, ma più tempestiva rispetto alla scienza, secondo quanto sosteneva già Rimbaud. Quando apro l’Iliade e trovo, proprio all’inizio, che per un puntiglio del carattere l’eroe Achille si rifiuta di scendere in campo e lascia che i suoi compagni vengano massacrati, mi accorgo di leggere qualcosa di straordinariamente esatto, al di là di ogni possibile riscontro documentale. Il poeta può fingere finché vuole, ma alla fine della sua finzione brilla sempre una scintilla di verità. Nella quale magari non tutti hanno voglia di non riconoscersi, ma questo non importa.

Il lettore di oggi, secondo me, fa molta fatica ad ammettere che, in determinate condizioni, si comporterebbe anche lui come Achille, c’è questo equivoco per cui “noi che leggiamo” siamo gente per bene e gran parte della narrativa di genere non fa altro che perpetuare un futile esorcismo contro il male, che non ha mai consistenza metafisica ma è sempre la conseguenza di qualcos’altro. Rimuovi la causa e vedrai che la prossima volta Caino non uccide più Abele. La letteratura moderna, invece, nasce con Dostoevskij, con la scoperta che nel sottosuolo si aggira un uomo cattivo, che misteriosamente ci assomiglia e a volte si sostituisce a noi. Anche per questo mi fa un po’ specie quando, come è accaduto in occasione del conferimento del Nobel a Svetlana Aleksievic, ci si accapiglia per distinguere tra cronaca e invenzione, come se la maggior parte dei romanzi dell’Ottocento non rielaborassero casi reali (è la stessa tecnica del Truman Capote di A sangue freddo, del resto).

La verità della letteratura non è data, a priori, dalla materia, ma viene rivelata dalla lingua, dallo stile, dallo sguardo del narratore.

Qualcuno ha detto che “«scrivere» non descrive la mera capacità di mettere insieme l’alfabeto come i lego. E non tutti «scrivono» come tutti gli altri. Alcuni, scrivono (senza virgolette) e altri hanno capacità di dire, raccontare, emozionare, far vedere agli altri mondi diversi.”  Qual è, a tuo avviso, il senso della scrittura oggi?

Accettare il rischio, essere disposti a sbagliare, non accontentarsi delle soluzioni preesistenti. Contemplare il frontespizio della prima edizione di Moby-Dick, anno 1851: Melville è designato come autore di una serie di romanzi che avevano ottenuto un discreto successo, anche perché rispondevano abbastanza bene alle convenzioni narrative dell’epoca. Ora, non è che all’improvviso l’uomo che ha scritto Typee non sia più capace di presentare personaggi e situazioni in quel modo. Semplicemente non gli interessa e non gli interessa proprio perché lo sa già fare, perché scrivere non equivale mai a mettere in atto un’abilità. Non in letteratura, almeno.

I grandi sono quelli che disimparano ogni volta, che cambiano soluzione a ogni libro, che mettono in conto l’ipotesi del fallimento. Kafka lo sapeva bene. I suoi romanzi sono tutti incompiuti, fosse stato per lui li avrebbe distrutti senza rimpianti. La letteratura, oggi, è il punto di massima resistenza rispetto alla mentalità tecnocratica, efficientistica, che domina la società. Per questo, nella fase attuale, la letteratura è più che mai minoritaria.

 Le grandi città, lungi dall’essere scomparse come si ipotizzava nei racconti di Ballard qualche anno fa, sembrano godere di ottima salute perlomeno dal punto di vista della crescente densità urbana. Ma com’è cambiato il racconto della città negli ultimi 10 anni?

La città è lo spazio romanzesco per eccellenza. Nell’Ottocento la nascita del romanzo moderno è perfettamente contemporanea allo sviluppo delle grandi città, lo presuppone e in parte lo influenza, come nel caso esemplare di Dickens nei confronti di Londra. Ogni racconto della città implica un pensiero sulla città e, sinceramente, a me pare che sia quest’ultimo a latitare. Anche in questo contesto prevale una visione che esalta gli aspetti funzionali a discapito di quelli simbolici e relazionali. La città è concepita come il posto nel quale i servizi devono funzionare nel modo più efficiente possibile, ma non si capisce più per quale scopo.

Ci si danna per far marciare la metropolitana e non ci si interroga sul motivo per cui una persona avrebbe bisogno di coprire la distanza che separa la fermata A dalla fermata B. Cinema e letteratura sono contagiati da questa semplificazione, che mi pare molto evidente se ci fermiamo a considerare le periferie, sempre descritte come frange marginali, lande desolate in cui la città va a morire. Sono, invece, la soglia da cui la città inizia, dove si manifesta una vitalità incontrollata e potenzialmente salvifica. Non per niente papa Francesco insiste tanto sull’importanza delle periferie, che rappresentano le nuove porte e le nuove mura di città che altrimenti non avrebbero più mura né porte. E che, di conseguenza, non sarebbero più neppure città.

(Anna Pompilio, Business Analyst, blogger su lakasaimperfetta.com)