#Kloe Personaggi: Alessandro Lanni «Come la mosca di Wittgenstein. La sfida è provare a uscire dalla bottiglia in cui siamo»


Schermata 2015-07-13 a 13.56.24

Giornalista, produce e coordina i contenuti di Open Migration, sito di data journalism su rifugiati e immigrazione e collabora con Rai 3.

In passato ha insegnato Giornalismo politico e nuovi media all’Università la Sapienza di Roma.

Ha scritto il libro “Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza partiti” (Marsilio).

Tutti (o quasi) viviamo la Rete, siamo iperconnessi e ci confrontiamo con un mondo dove vige la “like economy” di matrice facebucchiana. Tu cosa pensi di questo fenomeno?

Innanzitutto ammetto che non sono un grande appassionato di Facebook. Condivido poco e interagisco poco. Ci sono arrivato tardi rispetto a molti e un po’ costretto dal lavoro. Detto questo, è difficile non farci i conti.
Innanzitutto vorrei dire che avere una metrica quantitativa non è in assoluto il male, come invece spesso si sente dire. Se un nostro contenuto ottiene molti like, molte condivisioni, è inutile girarci intorno, significa che funziona. Poi certo, ci sono le ragioni in parte dell’algoritmo (che un po’ ricorda “l’artiglio” di Toy Story, che pesca a caso e gli omini verdi lo venerano come un dio). Ovviamente qui “funziona” non significa sempre e comunque che sia di qualità. Ma che funzioni – e perdona il gioco di parole – è una funzione della nicchia più o meno ampia a cui ci rivolgiamo. La sfida per chi produce contenuti è costruire una comunità ed essere in sintonia con essa, le condivisioni e like verranno di conseguenza.
Poi però c’è l’altra faccia della gratificazione individuale e professionale del vedere il nostro articolo/video/foto molto apprezzato e condiviso. Ovvero c’è la consapevolezza che siamo presi in un meccanismo terribilmente serio come quello messo in piedi da Mark Zuckerberg e che ogni nostra azione su Facebook è un impercettibile refolo che muove le pale del mulino. Ogni nostra impercettibile azione acquista un valore economico. Mi fa sorridere ragionare in termini di sfruttamento in questo caso, eppure fa bene pensare a questa nuova dimensione del lavoro. “Playbour”, alcuni lo chiamano così, un po’ gioco un po’ lavoro.

Ci agitiamo in questa contraddizione senza trovare la via d’uscita, come la mosca di Wittgenstein. La sfida per tutti noi è provare a uscire dalla bottiglia in cui siamo.

Nel tuo libro “Avanti Popoli” racconti la crisi politica, a cui è seguita una mobilitazione a più livelli, dalle piazze al web, per sopperire a questo vuoto di punti di riferimento. A che punto ci troviamo oggi, secondo una tua analisi?

Intanto, bisogna ricordare che è un libro uscito nel 2011 e che provava a raccontare un fenomeno, o meglio, un insieme di fenomeni che caratterizzavano una stagione che abbiamo, possiamo dire, ormai alle spalle. Mi sembra che molti degli ambiti di cui si parlava nel libro si siano “normalizzati”.

Quei “popoli” non si vedono più. Quel fermento di novità che c’era stato nelle campagne referendarie e per le amministrative, l’Italia alla scoperta di Twitter, le piazze di Se non ora quando, dei post-it, dei popoli viola, degli indignados, tutta la retorica di Grillo come evangelista del web, hanno significato – comunque li si valutasse – un segno che qualcosa si muoveva nel nostro paese. Ma cosa rimane ora? Una crisi sempre più profonda della democrazia dei partiti così come l’abbiamo conosciuta, dove da una parte c’è il Pd che oscilla tra il partito sempre più invisibile voluto da Matteo Renzi e quello che ancora anima le sezioni più o meno svuotate di senso e di ruolo.

Dall’altra c’è un movimento che doveva essere il campione della disintermediazione della politica nuova e invece si è sempre più trasformato in un partito, con strutture, direttorio, tribunali del popolo ecc. Perfino l’Economist ha scritto di recente che la candidata a sindaco di Roma di Virginia Raggi somiglia «a un’aspirante parlamentare democratica negli Usa o a un politico conservatore in Gran Bretagna». In tutto questo, il filo rosso che rimane è la sfiducia crescente nella politica e nella partecipazione politica, qualsiasi senso si voglia dare a questa espressione.

Si pensi alla parabola delle primarie del centrosinistra, una discesa giù fino al dato imbarazzante del 6 marzo a Roma e Napoli.

Che ruolo ha in questo scenario il giornalismo?

Dipende cosa s’intende con “giornalismo”. Da una parte l’industria della stampa tradizionale (quella su carta) sta perdendo centralità. Meno lettori, meno controllo della distribuzione dei contenuti che oggi sempre più avviene attraverso strumenti autonomi e potentissimi come social network (Facebook su tutti) e motori di ricerca (Google). E nuovi competitori globali nati con e per questo nuovo panorama dell’informazione e che interpretano al meglio l’economia della condivisione. Alla trasformazione del lato industriale si aggiunge anche un cambiamento culturale.

Oggi i giornali sono sempre meno il luogo nel quale si rappresenta e si costituisce l’opinione pubblica (il problema è, semmai, se in questo nuovo scenario dei media, possa esistere un’opinione pubblica. Ma questa è un’altra questione). E poi l’élite che un tempo leggeva i giornali di carta, oggi legge on line, ma soprattutto legge in inglese e questo fa un’enorme differenza.
Detto ciò, credo che il giornalismo – inteso come racconto e interpretazione di quello che capita nel mondo – goda di ottima salute. Guardiamo quello che ogni mattina possiamo fare. Leggere contenuti di straordinaria qualità, assistere in diretta alla ricerca di nuovi linguaggi, di nuovi canali, essere protagonisti di sperimentazioni e formati editoriali impensabili fino a ieri.

Come non apprezzare tutto questo? Ovviamente, all’aumento esponenziale delle cose da leggere fa da contraltare (e da contrappasso) la diminuzione del tempo a disposizione. Tutto sta nel trovare un saggio equilibrio tra offerta sterminata e risorse (nostre) limitate.

Quali sono, secondo te, le skill richieste oggi ad un giornalista?

Domanda complicata. Perché fare il giornalista era ed è sempre più mille cose. Purtroppo non l’ho mai conosciuto di persona, ma Franco Carlini mi ha insegnato molto con i suoi articoli e i suoi libri. Una cosa che scrisse quasi vent’anni fa mi colpì molto: il giornalista deve sporcarsi le mani con le parti “più basse” del lavoro. E allora Carlini intendeva che i giornalisti dovevano iniziare a conoscere l’html, ovvero il linguaggio – chiamiamolo così per semplificare – in cui sono scritte le pagine sul web. Non bisogna fare gli schizzinosi, il risultato finale del nostro lavoro non è solo una pagina dattiloscritta o in word.

Ormai abbiamo in mano molte leve, dobbiamo saperle usare tutte. O almeno saperne valutare gli effetti, saper capire l’utilità o meno di uno strumento in un determinato caso. E inoltre deve essere curioso, deve voler imparare a interrogare un dataset, a realizzare un grafico, a tagliare un’immagine o a montare un video.

Facebook e Twitter che non possono essere solo piattaforme di distribuzione dei contenuti che produce il giornalista. Con un po’ di retorica si è parlato molto delle “scarpe consumate” dal giornalista. , deve orientarsi, deve sapercisi muovere sempre meglio. Dovrà sapersi costruire una reputazione attraverso quello che dice, attraverso la selezione delle informazioni, attraverso il network che riesce a costruire, perché il cappello di una testata autorevole – anche per chi ci lavora – conta sempre meno.